(Adnkronos) – La nuova mossa sul risiko globale di Donald Trump sarà la Groenlandia? Il presidente americano ne parla apertamente con un’insistenza che delinea una vera e propria ‘fissazione’, tanto pericolosa quanto è radicata nei pensieri del tycoon. “Abbiamo bisogno della Groenlandia dal punto di vista della sicurezza nazionale, e la Danimarca non sarà in grado di occuparsene”, è l’ultima dichiarazione in ordine temporale. Cosa vuol dire, in concreto? Trump si riferisce a una necessità territoriale, geopolitica, o si riferisce alle risorse naturali, soprattutto le terre rare, e quindi a un’implicazione più strettamente economica?
Altre parole, sempre di poche ore fa, suggeriscono che il primo aspetto, quello geopolitico, sia prevalente. ”In questo momento la Groenlandia è accerchiata da navi russe e cinesi ovunque’. E la Danimarca, ha scherzato Trump, ha aumentato la sicurezza della Groenlandia ”aggiungendo un’altra slitta trainata da cani”. Andando oltre la provocazione verbale, e soprattutto svilendo l’autonomia e la sovranità di un Paese della Ue, Trump vuole sostenere che il possesso della Groenlandia sposterebbe strategicamente a suo favore il confronto con Russia e Cina e che questo argomento sia prioritario, in nome della sicurezza nazionale. Un argomento che Trump ha già utilizzato durante il suo primo mandato e che nella storia degli Stati Uniti ricorre: dalla dottrina Monroe della prima metà dell’Ottocento ai diversi tentativi non andati a buon fine di ‘acquistare’ la Groenlandia. In estrema sintesi, controllare l’Artico per Trump vuol dire proteggere il territorio americano.
C’è però sul tavolo, facendo riferimento a precedenti dichiarazioni e ricordando la propensione agli affari e l’approccio commerciale aggressivo della presidenza americana, anche l’aspetto economico legato alle risorse che la Groenlandia detiene, nel sottosuolo e in mare. Petrolio, gas e terre rare che non sono sfruttare oggi e che, evidentemente, possono essere funzionali ai piani di Trump.
Sfruttare le risorse della Groenlandia è stato però finora difficile innanzitutto per ragioni geografiche. La collocazione nell’Artico e un territorio ricoperto per l’80% da ghiaccio e con un clima estremo, insieme alle pochissime infrastrutture e alle rigorose restrizioni ambientali, hanno reso i costi di estrazione troppo elevati. Soprattutto se comparati ad altri contesti, come la Cina, una potenza mineraria che non deve fronteggiare le stesse difficoltà. In estrema sintesi, la Groenlandia ha un grande potenziale se si pensa soprattutto all’estrazione del litio o della grafite, fondamentali per l’elettrificazione, ma i tanti progetti minerari che sono stati proposti non sono mai stati realizzati, perché i costi ne rendono insostenibile il business.
Per queste ragioni, la Groenlandia per Trump può essere uno Stato su cui spostare i carrarmati nel tavolo da gioco del Risiko, in una logica di conquista che, almeno allo stato attuale, ha molto più a che vedere con una ‘aspirazione’ legata alla strategia geopolitica che alla logica economica. (Di Fabio Insenga)
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