Il boom globale della chirurgia estetica, alimentato dai social network e da una pubblicità sempre più aggressiva, sta facendo emergere un lato oscuro del settore: medici improvvisati, cliniche irregolari, pazienti attratti dal prezzo più basso e risultati, talvolta, drammatici
È quanto racconta un’inchiesta del Washington Post sulla Cina, dove le autorità stanno cercando di arginare un mercato cresciuto troppo in fretta e senza regole, tra interventi multipli nello stesso giorno, corsi lampo e casi mortali. Ma quello cinese non è un problema lontano.
In un’intervista con l’Adnkronos, Roy De Vita – primario di Chirurgia Plastica e Ricostruttiva al Regina Elena di Roma e presidente della Icopras, Italian College of Plastic Reconstructive and Aesthetic surgery – le stesse dinamiche sono presenti anche in Italia e in Europa. “La chirurgia estetica è diventata un far West”, avverte, indicando nella deregulation, nel marketing aggressivo e nella pubblicità sanitaria sui social il vero nodo da affrontare. Un tema che, sottolinea, riguarda prima di tutto la tutela dei pazienti.
Professor De Vita, partiamo da una distinzione di base: chi può davvero fare chirurgia estetica oggi in Italia?
“La verità è che l’unica vera specializzazione riconosciuta è quella in chirurgia plastica, ricostruttiva ed estetica. Ma in Italia, e non solo, per legge basta la laurea in medicina e chirurgia per fare quasi tutto. Non serve la specializzazione per operare come chirurgo plastico. Questo crea un equivoco enorme: nessuno si improvvisa cardiochirurgo, ma molti pensano che la chirurgia plastica sia banale e senza rischi. Non lo è”.






































