(Adnkronos) – Washington – L’intelligenza artificiale non sta solo cambiando le nostre economie e il mercato del lavoro ma inizia ad avere un influsso sempre più visibile sulla politica, trasformando gli equilibri che si erano formati decenni fa. Per esempio, l’equazione sinistra progressista contro destra conservatrice e contraria alla tecnologia che ha definito i due schieramenti nell’occidente post Guerra fredda non è più un dogma. Negli Stati Uniti Donald Trump ha convertito al movimento Maga centinaia di Ceo della Silicon Valley con un’agenda pro-tech, promettendo regole meno stringenti sull’intelligenza artificiale, con l’obiettivo di guidare questa nuova rivoluzione ed evitare il primato della Cina, principale avversario degli Stati Uniti nel settore.
Alla fine del 2025 ha firmato Winning the Race: America’s AI Action Plan, un ordine esecutivo che prevede di “accelerare l’innovazione nel settore dell’Ia” e “rimuovere” le regole inutili che rallentano lo sviluppo. Questo approccio è stato fortemente criticato da un “partito trasversale” che riunisce politici di destra e di sinistra, ma anche esperti di diritto e di regolamentazioni sia a Washington che in Europa. L’intelligenza artificiale non è la prima infatuazione tecnologica di Trump: è stato infatti il primo presidente ad essere ossessionato dai social media (in passato trascorreva intere nottate su Twitter, prima di fondarne uno tutto suo, Truth Social) e nel 2025 la sua famiglia ha guadagnato più di cinque miliardi di dollari grazie a consistenti investimenti in monete digitali, una nuova frontiera dove le regolamentazioni sono quasi assenti.
Ma dimenticando per un attimo Trump, chi avrebbe mai pensato che Ron DeSantis, il governatore della Florida ed ex candidato alle primarie del partito repubblicano, potesse avere posizioni vicine a Bernie Sanders o ad Alexandria Ocasio-Cortez, due dei più importanti esponenti della minoranza di sinistra dei democratici? È già ora abbastanza chiaro che le elezioni di Midterm di novembre daranno uno spazio consistente all’intelligenza artificiale. Lo dimostrano i sondaggi e lo segnalano diversi analisti che notano un aumento consistente della lobby pro-IA al congresso, con forti pressioni sui partiti per sostenere i candidati a favore di nuovi data center e regole a favore dell’industria tecnologica.
Lo scorso autunno Meta ha formato un super Pac per combattere i politici con un’agenda troppo conservatrice nei confronti dell’innovazione tecnologica. Più in generale ci si attendono investimenti che superano i 100 milioni di dollari per sostenere l’Ia, mentre per ora sono pochissimi i candidati che combattono i colossi tech. Tra loro c’è Alex Bores, ex dipendente di Palantir che si candida per la Camera come sostituto di Jerry Nadler dello Stato di New York. “Per loro 100 milioni sono un piccolo investimento che gli potrebbe portare migliaia di miliardi di dollari in ritorno”, ha detto Bores che sta guadagnandosi il titolo di uno dei candidati più criticati dalla lobby tecnologica.
Tra le priorità che preoccupano gli americani, poche registrano livelli di consenso più bassi dello sviluppo dell’intelligenza artificiale senza controlli. Un’indagine Gallup rivela che l’80% degli adulti negli Stati Uniti ritiene necessario un intervento regolatorio del governo sull’IA, anche a costo di rallentarne la crescita. Uno studio del Pew Research Center mostra invece che solo il 17% degli americani ritiene che l’intelligenza artificiale avrà un impatto positivo sul Paese nei prossimi vent’anni. Un dato che risulta persino inferiore al già minimo tasso di approvazione dell’intelligenza artificiale tra i democratici al Congresso (fermo al 18%) secondo i numeri della Quinnipiac University. Nei giorni della vittoria di Zohran Mamdani a New York, Morris Katz, uno dei principali spin doctor del nuovo sindaco, aveva dato delle indicazioni abbastanza chiare sul futuro del partito democratico: “Ogni candidato dovrebbe assumere un atteggiamento aggressivo nei confronti dell’IA, soprattutto in un periodo di ineguaglianze e scontri sociali”.
A pochi chilometri dal centro di Washington, in Virginia c’è la più grande concentrazione di data center al mondo. L’area, nota come Data Alley, controlla circa il 70% del traffico mondiale di internet: in questo momento ci sono più di 200 data center nel raggio di pochi chilometri quadrati, in futuro questo numero dovrebbe raddoppiare, ponendo rischi per le comunità locali e per le riserve idriche della regione, visto che i sistemi di raffreddamento hanno bisogno di molta acqua. “Le bollette elettriche aumentano, la qualità della vita diminuisce e sembra di vivere in un futuro distopico, circondati come siamo da questi cubi grigi”, dice ad AdnKronos un abitante di Ashburn, uno dei comuni più colpiti dall’espansione dei data center. “Nel 2024 ho votato Trump ma non sono più sicuro, voterò per chi metterà un limite alle azioni predatorie dei nuovi colossi dell’Ia”, conclude.
“Abbiamo iniziato con pochi capannoni in direzione dell’autostrada che porta all’aeroporto e a Washington, ma abbiamo aperto le porte a quello che definisco un mostro”, dice una donna a un banchetto di raccolta firme per un politico locale. “Quello che è successo a noi sta succedendo ad altre comunità negli Stati Uniti e in futuro la stessa cosa avverrà anche in Europa”, continua. Se Ashburn ha fatto da laboratorio di ciò che sarebbe arrivato dopo, oggi lo stesso scenario si profila in molte altre aree degli Stati Uniti, dove la proliferazione dei data center rischia di diventare incontrollata. I nuovi fronti si aprono in Oregon, California, Texas, Indiana e Missouri. Secondo le stime, sono ormai 142 i gruppi di attivisti presenti in 24 dei 50 Stati. In questo contesto, la Piedmont Environmental Council, organizzazione non profit della Virginia, ha pubblicato i “Four Pillars of Data Center Reform”: più chiarezza nelle decisioni pubbliche, un sistema di autorizzazioni sottoposto a verifiche statali più stringenti, garanzie per residenti e attività economiche locali e, infine, incentivi più forti per migliorare l’efficienza energetica.
Negli ultimi mesi è emerso un singolare fronte bipartisan di opposizione regolatoria all’intelligenza artificiale, che va oltre le linee di partito tradizionali e si concentra soprattutto sul boom dei data center e sui loro impatti infrastrutturali ed economici. Da una parte, Bernie Sanders ha chiesto una moratoria nazionale sulla costruzione di nuovi impianti, sottolineando che “bisogna rallentare questo processo… non è sufficiente che gli oligarchi ci dicano che sta arrivando e ci dobbiamo adattare”, per dare alla democrazia il tempo di “cogliere i cambiamenti trasformativi” e garantire che i benefici dell’IA siano per tutti, non solo per pochi privilegiati.
Dall’altra, DeSantis ha proposto in Florida un “AI Bill of Rights” per rafforzare il controllo locale sui progetti tecnologici e ha avvertito che “non abbiamo sufficiente capacità di rete negli Stati Uniti per fare quello che stanno cercando di fare”. Questa convergenza nasce da premesse ideologiche diverse, ma segnala che l’Ia non è più un tema esclusivamente tecnico o di innovazione, ma un problema politico concreto legato a reti energetiche, costi delle bollette e sostenibilità delle comunità. Per la prima volta, figure di spicco di entrambi gli schieramenti sembrano chiedere trasparenza, limiti e tutele nelle politiche, riflettendo l’ansia popolare per gli effetti reali della tecnologia su lavoro, ambiente e infrastrutture. Se questa alleanza informale riuscirà a tradursi in leggi vincolanti o moratorie, sarà una delle evoluzioni politiche più significative nell’era digitale americana. E di certo potrebbe rappresentare un altro pericolo, oltre all’economia e al potere d’acquisto sempre più deteriorato, al quale Trump dovrà fare attenzione per non rischiare di perdere il controllo del Congresso a novembre. (di Angelo Paura)
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