(Adnkronos) – “Viviamo nella paura e continuiamo a nasconderci”. Parla così all’Adnkronos Nessy Guerra, la donna originaria di Sanremo condannata in Egitto a sei mesi di carcere e lavori forzati per adulterio dopo la denuncia dell’ex marito, l’italo-egiziano Amer Hamouda. La donna, in un’intervista all’Adnkronos, chiede un intervento del governo italiano per poter rientrare in sicurezza insieme alla figlia.
Come passa le sue giornate? “Le nostre giornate le passiamo nascondendoci dal mio ex compagno, che da anni perseguita me e mia figlia. Abbiamo cambiato sette appartamenti. Ora, dopo questa condanna a sei mesi di carcere e lavori forzati, dobbiamo anche nasconderci dalle autorità egiziane”.
Qual è la sua paura più grande?
“La mia paura più grande è perdere la mia bambina e sapere che potrebbe finire nelle mani di una persona pluripregiudicata, con evidenti segni di squilibrio, che ha già dimostrato di non essere idonea alla crescita e al mantenimento di una bambina di soli tre anni”.
Quando sarà l’udienza per l’affidamento di sua figlia?
“La prossima udienza è fissata per il 3 giugno. Sono stati riuniti i due procedimenti con cui io e mia madre chiediamo l’affidamento della bambina. Entrambi saranno trattati presso la Corte d’Appello”.
Cosa chiede al governo? “Chiedo un intervento concreto che ci permetta di rientrare in sicurezza in Italia. Ad oggi sono state richieste tre estradizioni nei confronti del mio ex compagno da parte del mio legale, Agata Armanetti, e del pm Alberto Landolfi di Genova, in relazione alla condanna definitiva a 2 anni, 11 mesi e 27 giorni per stalking, violenza, violazione di domicilio e truffa ai danni di un’altra donna”.
Si sente lasciata sola?
“Le istituzioni stanno seguendo il mio caso, ma non basta. Abbiamo bisogno di un intervento immediato che ci consenta di tornare in sicurezza, perché è evidente che non lo siamo. Non possiamo continuare a vivere in queste condizioni: vengono calpestati i nostri diritti più fondamentali. Siamo ostaggi della paura e continuiamo a ricevere minacce. Ci sentiamo abbandonate dal nostro Stato”.
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