Il film esiste, incassa 264,1 milioni di dollari nel primo fine settimana globale e spazza via le polemiche. Per chi in questi giorni affolla le sale cinematografiche torinesi e piemontesi, il consiglio è uno solo: dimenticare il dibattito preventivo sul casting e guardare lo schermo. The Odyssey di Christopher Nolan non è l’ennesima operazione hollywoodiana piegata al politicamente corretto. È una lettura brutale, epica e profondamente politica della crisi della civiltà occidentale.

La scelta di attori anacronistici e le accuse di voler forzare il “canone bianco” hanno dominato la vigilia, oscurando il cuore del progetto. Nolan ha fatto con Omero ciò che aveva già fatto con la fisica in Oppenheimer: ha trasformato un mito fondativo in uno specchio delle nostre angosce. L’opera dimostra che l’Iliade e l’Odissea non sono reperti da museo, ma il vocabolario attraverso cui l’Europa ha imparato a riconoscere l’onore, il dolore e la propria casa.

Ulisse, il cavallo di Troia e la fine delle regole

L’Ulisse di Nolan perde parte del fascino del viaggiatore curioso per assumere i tratti cupi e tormentati dell’uomo moderno. È il maestro dell’astuzia che, inventando il cavallo di Troia, concepisce un’arma in grado di concludere una guerra ma distrugge l’ordine del mondo.

Nel film, il cavallo ha la stessa funzione simbolica della bomba atomica. Prima di quell’invenzione, Achei e Troiani si combattevano riconoscendosi come nemici. C’erano l’onore del duello, le mura, i riti funebri. Il cavallo spezza questo confine. Entra in città come un dono e porta lo sterminio, trasformando la pace in una tecnica di guerra. “Bruciare le mura di Troia significava bruciare il mondo intero”, confessa Ulisse a Penelope. Da quel momento la fiducia crolla: ogni dono può nascondere un’arma, ogni straniero può essere un invasore.

L’ospitalità e la legge di Zeus

Il collasso di queste regole si riflette nel concetto di accoglienza. Parte della critica contemporanea ha provato a ridurre The Odyssey a una parabola sui migranti, amputando il significato omerico della xenia, la legge di Zeus. Nel mondo antico, l’ospitalità è un patto reciproco: il padrone di casa offre protezione, ma l’ospite deve rispettare la soglia e non trasformarsi in un peso o in una minaccia. Senza il potere di stabilire chi entra, l’ospitalità diventa la resa di una terra priva di sovranità.

I Proci violano esattamente questo principio. Entrati a Itaca come ospiti, consumano le ricchezze, insidiano la regina e attendono di spartirsi il regno. Non sono stranieri indifesi, sono parassiti. Il ritorno di Ulisse non porta una pace universale, ma la violenta restaurazione dell’ordine originario. I pretendenti vengono sterminati perché hanno trasformato l’accoglienza in diritto di conquista. E il sovrano esercita la forza senza la quale nessuna casa può essere difesa.

Un destino per i popoli europei

Il viaggio di Ulisse è la riconquista della propria posizione verticale. È il ritorno dell’uomo che si riprende la responsabilità di essere marito, padre e re. Ma Nolan modifica il finale del poema, consegnando un messaggio molto netto.

Ulisse stermina i Proci e riprende la casa, ma capisce di non poterla abitare come se nulla fosse accaduto. Lascia il regno al figlio Telemaco e salpa verso Occidente con Penelope. Il sovrano usa la forza per ristabilire il diritto, si assume la colpa di quella violenza e poi si fa da parte. Libera il futuro, affinché il figlio possa costruire un mondo nuovo senza essere schiacciato dal peso del passato.

È difficile non leggere in questa parabola un monito per i popoli europei. L’Occidente vive tra le rovine di un ordine basato sui commerci e sull’illusione che l’interdipendenza avrebbe cancellato i conflitti. Oggi scopre di essere accerchiato. Per risorgere, la nostra civiltà deve ritrovare la forza di difendere i propri confini e ristabilire l’ordine in casa propria, per poi consegnare ai propri figli una terra in cui sia ancora possibile costruire.

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