Il woke non esiste. Oppure sì, ma è un’invenzione della destra. O forse esiste davvero, ma la sinistra deve liberarsene in fretta per tornare a parlare di salari e sanità. Negli ultimi tre anni, il dibattito progressista ha cambiato pelle più volte. Oggi la cultura woke viene definita una “trappola”. Ma l’addio a questa etichetta, come sottolinea l’analisi di Sergio Filacchioni, non è un pentimento: è una strategia elettorale per prendere il potere.

Dalla negazione alla “trappola”

Nell’agosto 2024, HuffPost titolava negando l’esistenza stessa del fenomeno. Pochi mesi dopo, nel 2025, Repubblica teorizzava già l'”era post-woke”, domandandosi se gli eccessi del movimento avessero finito per favorire Donald Trump. Un ribaltamento rapido: ciò che prima veniva derubricato a paranoia della destra conservatrice, improvvisamente diventava un problema reale. Nato, degenerato e infine morto nel giro di meno di un anno.

Il caso Ocasio-Cortez e le fratture interne

Oggi la tattica è diversa: separare le vecchie battaglie dalla cattiva reputazione elettorale. Emblematico il caso di Alexandria Ocasio-Cortez. In una recente intervista alla Abc, la deputata Usa ha preso le distanze dal programma dei Democratic Socialists of America — che prevede abolizione delle carceri e drastici tagli alla Difesa — pur ammettendo che durante il Covid le discussioni più radicali si rivelarono «fruttuose».

Non si tratta di una confessione a cuore aperto, ma di un riposizionamento. Una mossa che sta spaccando l’estrema sinistra americana, divisa tra chi accusa l’establishment liberal di voler delegittimare le piazze del 2020 e chi, invece, spinge per trasformare le energie di quel periodo in una base di potere stabile.

I diritti di genere e lo scontro interno

La rottura attraversa in modo marcato anche l’universo Lgbt. L’anti-wokismo progressista viene accolto con favore da figure storiche del movimento, diventate negli ultimi anni molto critiche verso le politiche transgender. In Italia, l’ex deputata Pd Anna Paola Concia ha recentemente attaccato Repubblica per aver prima cavalcato la “caccia alle streghe” contro chi sollevava dubbi sul tema, per poi scoprire solo oggi la cosiddetta trappola woke.

Nel Regno Unito, la LGB Alliance — nata in aperta rotta con le politiche trans-inclusive — è arrivata a dialogare e cercare spazi all’interno del Partito conservatore. Uno scenario che spaventa i militanti radicali, convinti che una parte del vecchio movimento stia per essere inglobata stabilmente in una nuova alleanza di centrodestra.

Salari, affitti e la nuova coalizione

Il superamento del marchio woke non è quindi una ritirata. Come evidenziato dalla rivista americana The New Republic, i candidati progressisti stanno smettendo di parlare di definanziamento della polizia per concentrarsi su temi molto più trasversali: lotta ai miliardari, costo degli affitti, sanità e salari. A questo si aggiunge un forte antisionismo.

La sinistra non sta diventando più moderata. Sta semplicemente mettendo in campo richieste materiali chiare — la casa, le bollette — per unire mondi distanti contro un nemico comune (l’establishment economico). Un prototipo di coalizione che punta a tenere insieme giovani senza casa, lavoratori impoveriti, sindacati, minoranze ed elettorato musulmano mobilitato per la Palestina.

Il woke, in definitiva, non è finito sotto processo perché qualcuno ha scoperto improvvisamente la verità. È semplicemente finita una fase storica. Quella dell’estetica radicale serviva ad aprire il dibattito; oggi quelle stesse forze vogliono vincere le elezioni e farsi istituzione. E per farlo, la prima cosa da sacrificare è proprio il nome.

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