Anche se meno conosciuti rispetto a personaggi che operarono in altre regioni, anche il Piemonte ha avuto, nel corso dei secoli, la sua dose di briganti più o meno famosi.
Di alcuni di loro sopravvive ancora qualche ricordo, più o meno sbiadito, nel folclore locale, con le inevitabili esagerazioni dovute ai ricordi tramandati a livello popolare.

La storia di Pietro Mottino

Uno di questi personaggi è Pietro Luigi Mottino, detto “Motin” o, anche, il “Bersagliere”, ricordato a volte come il “Robin Hood del Canavese”, la vasta zona compresa fra la Serra di Ivrea, il Po, la Stura di Lanzo e le Alpi Graie.
Nato a Candia Canavese, a poca distanza da Ivrea, il 9 maggio 1827, fu chiamato alle armi nel 1848 e arruolato nei Bersaglieri.

Era il periodo della Prima Guerra di Indipendenza, e il giovanotto partecipò sicuramente alle ultime fasi della campagna. Nel giugno 1849, però, decise di disertare: nel corso del processo che lo vide sul banco degli imputati, qualche anno dopo, fornì due versioni molto diverse dell’accaduto. Prima disse che era entrato in contrasto con suoi superiori perché aveva saccheggiato negozi e abitazioni durante la repressione di Genova, poi sostenne di avere avuto contrasti con il suo capitano a causa di una donna.

I briganti in Piemonte

Qualunque sia la verità, una volta disertato Mottino prese il comando di un gruppo di rapinatori che operava nel basso Canavese: dopo alcuni furti non particolarmente significativi, la banda prese di mira la cascina Gardina di Bianzé, nel Vercellese: la rapina fruttò un bottino notevole, ma nell’occasione un contadino rimase ucciso e i fienili presero fuoco.
A questo punto, la reazione dell’apparato statale fu decisa: i Regi Carabinieri di Chivasso, al comando del luogotenente Arnulfi, diedero con decisione la caccia ai briganti e in breve tempo li arrestarono quasi tutti.
Mottino rimase però in libertà e continuò ad operare nella zona compresa fra Canavese, Vercellese e Monferrato, trovando spesso l’appoggio della popolazione.

Il sostegno ricevuto era sicuramente dovuto al timore di possibili ritorsioni e alla innata diffidenza delle popolazioni locali nei confronti delle autorità. Ma con ogni probabilità anche al fascino personale del bandito. Le cronache dell’epoca mettono in risalto la generosità del Mottino, sempre pronto ad offrire da bere e mangiare alle persone con le quali si intratteneva, il suo fascino personale e i suoi modi garbati, ben diversi dal classico bandito da strada.

Si racconta che quando assaliva vetture postali e cascine si rivolgeva in modo cortese alle sue vittime, rimproverava i suoi complici se si dimostravano brutali ed evitava violenze gratuite. Pare che, addirittura, in alcuni casi abbia restituito ai derubati ciò di cui si era impossessato. Un vecchio sensale affermò che farsi rapinare da una persona dai modi così cortesi era quasi un piacere. Un notaio, da parte sua, disse che in occasione di una rapina dovette insistere perché il bandito accettasse almeno qualche moneta.

Il primo arresto

Il 7 aprile 1852 Mottino fu arrestato una prima volta e condotto in carcere, prima a Vercelli e poi a Torino. Si era rotto una gamba in seguito ad una caduta da cavallo e si era rifugiato in un’osteria a Calliano, in provincia di Asti. Ma il proprietario, probabilmente infastidito dalle attenzioni che il bandito rivolgeva a sua moglie, aveva avvisato i Carabinieri.
La popolarità del giovane bandito è confermata dal fatto che il primo giugno del medesimo anno sul periodico “Vibio Crispo” fu pubblicato un articolo, a firma di Cristoforo Baggiolini, intitolato “MOTTINO detto il BERSAGLIERE”, nel quale il personaggio era rappresentato con simpatia e una certa ammirazione.

Corrompendo uno dei suoi carcerieri, Mottino riuscì dopo qualche mese a riacquistare la libertà e a riprendere la sua attività di brigante: fermò due vetture postali, impadronendosi dei valori che trasportavano. Ma ormai i Carabinieri erano sulle sue tracce e il 7 maggio 1853 fu nuovamente arrestato.
Il processo si svolse nell’estate del 1854 e Mottino si confermò, anche in questa occasione, personaggio di notevole fascino personale: collaborò con i magistrati raccontando le sue imprese. Ma negando di avere mai ucciso qualcuno e riuscì, con i suoi modi cortesi, ad attirarsi le simpatie del pubblico, soprattutto femminile. Gli stessi Carabinieri confermarono che il brigante era sempre riuscito a fuggire dando prova di abilità ma senza mai aprire il fuoco contro di loro.

La condanna a morte

Nonostante ciò i giudici applicarono le legge con severità e lo condannarono a morte mediante impiccaggione.
Per sua fortuna, Carlo Alberto con Regie Patenti del 19 maggio 1831 aveva abolito per i condannati il supplizio della ruota e l’applicazione delle tenaglie arroventate. Il re Vittorio Emanuele II rifiutò la grazia e la condanna fu eseguita il 12 dicembre 1854.
Secondo alcune fonti Mottino rimase fedele fino all’ultimo al personaggio che si era costruito. Prima dell’esecuzione chiese di poter fare un giro intorno alla forca, dicendo poi al boia: “E adesso facciamo due salti all’inglese!”

La leggenda di Mottino rimase viva in tutta la regione per diverso tempo, e l’epigrammista Antonio Baratta (in quei tempi molto famoso) gli dedicò dei versi taglienti:

“Sepolto giace in questa fossa oscura / Il celebre Mottin, che fu impiccato / Perché tentò di fare in miniatura / Ciò che in grande di far soltanto è dato. / Dalla sua fin, da così mesto loco / Piglino esempio quei che ruban poco.”
Nello stesso anno dell’esecuzione, fu pubblicato nella capitale Sabauda il “Lamento delle donne torinesi”, il cui ritornello diceva “Chi non piange per Mottino/per chi piangere vorrà”.

Il ricordo del brigante, e dei suoi modi affascinanti, rimase a lungo vivo nella zona. E’ significativo che dopo oltre mezzo secolo dall’avvenuta esecuzione, nel 1912, Luigi Nicolis di Robilant, autore di una biografia di don Luigi Cafasso, potesse scrivere che “Per l’arditezza delle imprese, per una certa cavalleria nel compiere i delitti ed il lungo filo da torcere ch’ei diede alla polizia, il nome di Mottino, soprannominato il Bersagliere di Candia, è rimasto leggendario e quasi ammirato nelle nostre campagne”.

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