(Adnkronos) – “Come fondazione partiamo sempre dall'analisi della realtà. Ci siamo accorti, dopo gli studi che abbiamo fatto negli scorsi anni, di come esista un problema di mancata valorizzazione di metà delle risorse del paese, che è la popolazione femminile, che troppo spesso resta fuori dal mercato del lavoro. Abbiamo il tasso di occupazione più basso in assoluto in Europa e che, con la nascita di un figlio, si abbassa ulteriormente. Abbiamo anche un elevato tasso di inattività femminile – vuol dire mancata partecipazione in assoluto, neanche ricerca di un lavoro – e il più alto tasso di part time, un 51% di part time involontario fra le donne”. Così Rossella Riccò, responsabile Area studi e ricerche Fondazione Gi Group, oggi nel corso di un evento a Milano, commenta i risultati dello studio ‘Donne, lavoro e sfide demografiche. Modelli e strategie a sostegno dell’occupazione femminile e della genitorialità’, di Fondazione Gi Group e Gi Group Holding, realizzato in collaborazione con Valore D. Il non partecipare al mondo del lavoro non corrisponde a una realizzazione in altro contesto, come quello familiare, ma “ci siamo trovati ad essere il Paese con i valori di fecondità più bassi in Europa”. Proprio guardando al nostro Continente, “gli studi ci mostrano – continua Riccò – come nei paesi sviluppati di cui l'Italia dovrebbe essere parte, laddove c'è un investimento, da parte dello Stato, in sostegno alla genitorialità, sia di madri che di padri rispetto appunto al proprio contesto, occupazione femminile e fecondità vanno di pari passo”. Perché da noi questo non succede? “Per poter capirne le cause – spiega Riccò – occorre andare ad approfondire lo studio in un modo appunto multidisciplinare, avere uno sguardo olistico, capire che cosa ci dicono gli studi di genere, demografici, occupazionali, sui dati del mercato del lavoro. Abbiamo voluto coinvolgere le persone più esperte in ambito italiano di queste tematiche, ma non ci siamo voluti fermare al contesto italiano” che è stato paragonato ad altri 5 paesi europei che rappresentano la maggior parte del Pil europeo e i Paesi con cui ci interfacciamo maggiormente: Francia, Germania, Spagna, Svezia e l'Olanda. Nel confrontarci – continua l’esperta – abbiamo voluto andare a guardare non solo i dati, le caratteristiche culturali, ma anche le politiche familiari e occupazionali messe in campo e abbiamo guardato alla questione con uno sguardo che coinvolgesse che cosa fa lo Stato, e quindi le istituzioni, cosa fanno le organizzazioni, cosa dicono le persone”. Come Paese, partiamo da uno “ svantaggio: a livello culturale siamo molto arretrati. Siamo l'unico Paese in cui più del 50% sostiene che se una madre lavora, il bambino in età dell'infanzia soffre – chiarisce Riccò -Siamo il Paese in cui per un quarto della popolazione, se c'è poco lavoro, è giusto che quel lavoro venga dato all'uomo”. In Italia c'è uno sbilanciamento di carico di cura e di lavoro domestico in capo alle donne, con 4,9 ore al giorno versus 2 ore dell'uomo, che vuol dire 20 ore in più alla settimana, che nell'anno sono più di un mese e mezzo di lavoro preso in carico dalle donne, considerato come affare loro, laddove – conclude l’esperta – al di là dell'allattamento al seno, abbiamo tutti 2 mani, 2 gambe”. —economiawebinfo@adnkronos.com (Web Info)

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