(Adnkronos) – Con una stretta sulla rivalutazione delle pensioni il taglio lordo agli assegni medio alti potrebbe oscillare tra i 95 e i 1240 euro circa l’anno. A calcolarlo è la Uil pensionati, prendendo a riferimento le indiscrezioni emerse nelle ultime ore sul nuovo meccanismo di indicizzazione, che prevederebbe un riconoscimento al 100% dell’inflazione solo ai trattamenti fino a quattro volte il minimo Inps. La percentuale scenderebbe poi al 90% per quelli fino a cinque volte il minimo, al 60% per gli assegnazioni superiori a cinque e fino a sei volte il minimo, al 50% tra sei e otto volte, al 40% tra otto e dieci volte e al 35% oltre dieci volte il minimo. 

 

Partendo da un’inflazione ipotetica al 3%, il passaggio dal sistema di rivalutazione per scaglioni a quello per importi complessivi, con queste percentuali, “comporterebbe aumenti più bassi per le pensioni superiori a quattro volte il minimo”, ossia quelle pari al trattamento minimo Inps di 611,85 euro. Ovviamente “sono dati ipotetici, per avere certezza, è necessario aspettare il decreto del Mef per l’adeguamento delle pensioni in base alle risultanze dei dati Istat”, rimarca il sindacato, ribadendo che la simulazione utilizza un’inflazione ipotetica e le percentuali della bozza riportata, senza considerare eventuali clausole di salvaguardia. Ma il segretario generale Uilp, comunque, non ci sta: “Continuiamo a considerare assurdo un nuovo taglio della rivalutazione”, dice Carmelo Barbagallo. “Non si può continuare a fare cassa sui pensionati: sono persone, non bancomat. Se il taglio venisse confermato – avverte – non resteremo fermi. I pensionati sono 16 milioni, e vogliono continuare a fare il bene del Paese e delle loro famiglie”. 

La differenza sostanziale, si illustra nell’analisi della Uilp, riguarda il metodo di calcolo: “Con il sistema per scaglioni, le percentuali ridotte si applicano soltanto alle quote di pensione che superano determinate soglie” mentre con quello per importi complessivi “la percentuale prevista per la fascia di appartenenza si applica all’intera pensione”. 

Per le pensioni da 1.500 e 2.000 euro lordi mensili non ci sarebbe alcuna differenza perché in entrambi i sistemi verrebbe riconosciuta l’intera inflazione, con aumenti rispettivamente di 45 e 60 euro al mese. Il discorso cambia invece per gli importi più alti. Una pensione da 2.500 euro riceverebbe un aumento di 67,50 euro anziché 74,84 euro mensili, mentre per un assegno da 3.000 euro l’incremento scenderebbe da 88,34 a 81 euro al mese. In entrambi i casi, la perdita sarebbe di 7,34 euro mensili, pari a 95,42 euro all’anno su 13 mensilità. 

 

La penalizzazione crescerebbe per una pensione da 3.500 euro: l’aumento passerebbe da 99,86 a 63 euro mensili, con una perdita di 36,86 euro al mese, pari a 479,18 euro all’anno. Per un assegno da 4.000 euro, l’incremento scenderebbe da 111,11 a 60 euro mensili, determinando 51,11 euro in meno al mese, cioè 664,43 euro annui. Una pensione da 5.000 euro riceverebbe 60 euro di aumento anziché 133,61 euro mensili, con una perdita di 73,61 euro al mese, pari a 956,93 euro all’anno. Per una pensione da 6.000 euro, l’aumento si ridurrebbe da 156,11 a 72 euro mensili, con 84,11 euro in meno al mese, equivalenti a 1.093,43 euro annui. Infine, per una pensione da 6.200 euro, l’incremento passerebbe da 160,61 a 65,10 euro mensili: la perdita sarebbe di 95,51 euro al mese, pari a 1.241,63 euro all’anno. 

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