Vetrine sfondate, negozi svuotati, agenti feriti. Quando un corteo degenera, la spiegazione arriva puntuale: è disagio sociale. Affitti alle stelle, stipendi bassi, giovani senza prospettive. Tutto vero, in buona parte. Ma può bastare a spiegare le devastazioni in piazza?

La spiegazione che assolve tutti

Dopo gli scontri seguiti alle manifestazioni contro il carovita, tra il 17 e il 18 ottobre, il regista Daniele Vicari ha scritto su Repubblica: «Non spegnete la voce a chi è senza futuro». Riconosce che rompere le vetrine è sbagliato, ma considera «tempo perso» discutere dei metodi della protesta. Gli adulti, scrive, avrebbero lasciato ai giovani «solo questo spazio di manovra».

Il ragionamento ha un punto debole. Le condizioni materiali dei giovani spiegano perché si protesta. Non spiegano perché qualcuno scelga di lanciare sassi contro la polizia o di portarsi via scarpe e vestiti da un negozio. Se il disagio diventa la causa di tutto, la responsabilità personale sparisce.

Il risultato è che in piazza finiscono nello stesso calderone chi chiede salari più dignitosi, chi cerca lo scontro con gli agenti e chi approfitta del caos per rubare. Non sono la stessa cosa. Anche il richiamo agli «infiltrati», quando non è accompagnato da riscontri precisi, serve più a proteggere l’immagine della piazza che a spiegarne la composizione.

«Esproprio proletario»: il saccheggio diventa politica

C’è poi chi il saccheggio lo rivendica. Secondo RaiNews, sulla pagina social del neonato Movimento 17 ottobre, che definisce violento il sistema, è comparso il video di alcuni saccheggiatori che regalano la merce sottratta, con la scritta «Esproprio proletario». Non si sa quanto quel movimento sia rappresentativo. Ma l’effetto è chiaro: il furto si veste di ideologia.

C’è anche un’altra contraddizione. Assaltare negozi di scarpe e abbigliamento non significa per forza contestare i rapporti economici. Può voler dire appropriarsi dei beni che il mercato rende desiderabili. Il linguaggio rivoluzionario accompagna una pratica che lascia intatto l’immaginario consumistico contro cui dice di ribellarsi.

Il vantaggio dei più radicali

Elly Schlein ha chiesto di non oscurare chi protesta perché non riesce a vivere, Giuseppe Conte ha richiamato il disagio economico. Distinguere i manifestanti dai violenti è giusto, ma non chiude la questione. Si può denunciare il fascismo come minaccia, invocare la resistenza e poi spiegare i comportamenti violenti solo con le difficoltà materiali. Resta senza risposta il rapporto fra la durezza delle parole e quella dei mezzi.

Esiste anche un’osservazione che nel dibattito italiano si sente poco. In letteratura si chiama radical flank effect: l’influenza delle componenti radicali sulla percezione di quelle moderate. Uno studio di Simpson, Willer e Feinberg, pubblicato su PNAS Nexus nel 2022, ha rilevato che le tattiche estreme possono, per contrasto, far crescere il consenso verso i moderati. Non dimostra alcun coordinamento nelle piazze italiane. Descrive un effetto possibile anche senza una regia comune.

O rivolta o rivendicazione

Le due letture non stanno insieme. Se la mobilitazione è una resistenza al fascismo e al capitalismo, le azioni delle sue frange più dure non si possono ricondurre in automatico a affitti e salari. Se invece è una protesta per migliori condizioni materiali, bisogna ammettere che obiettivi e responsabilità sono distinti.

Alternare i due registri è comodo: si parla di rivolta quando serve mobilitare, di disagio quando bisogna rispondere dei danni.

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