Correva l’anno 1995 quando Romano Prodi, raggruppando intorno a sé tutte le forze politiche della sinistra, da quella moderata e centrista a quella comunista (con falce e martello), lanciava l’Ulivo. Facendo della nobile pianta un simbolo dell’intera coalizione e della sinistra in generale.

Mai scelta fu più azzeccata. Solo sotto l’insegna dell’ulivo la sinistra ha vinto e governato.

“L’ulivo è forte, resistente, ben radicato nella sua terra. È l’albero di un’Europa mediterranea, che conosce il mare e la montagna, la pianura, i laghi e le colline. Ama il sole e resiste all’inverno.” Spiegava nel 1995 il professore Romano Prodi all’opinione pubblica italiana.

L’ulivo in effetti è simbolo potentissimo nell’immaginario e subconscio collettivo italiano. Esso è pianta mediterranea per eccellenza, è pianta longeva e dà frutti che da millenni caratterizzano la nostra dieta. Inoltre, è anche simbolo religioso fatto proprio dalla tradizione cristiano-cattolica. Noè ricevette da Dio un ramoscello di ulivo dopo la fine del diluvio universale facendo così della pianta così simbolo di pace e riconciliazione. Ogni italiano, almeno una volta nella vita, si è visto regalare un rametto di ulivo da conservare a casa dopo la Domenica delle Palme.

L’ulivo ha rappresentato per circa dieci anni la sinistra ed ancora oggi il Partito democratico conserva al suo interno il ramoscello della pianta.

Ma prima dell’avvento del cristianesimo l’ulivo cosa rappresentava?

La pianta dell’ulivo era sacra ad Atena, la dea della sapienza, delle arti, delle lettere e della filosofia. Ma anche della guerra, della civilizzazione e delle città.

L’ulivo è una delle piante da più tempo addomesticate dell’uomo e quindi simbolo di civiltà, dell’uomo che si impone sulla natura, la domina e la plasma.

L’ulivo inoltre è una pianta dalla radici nodose e forti che si legano alla terra. E’ quindi simbolo di radicamento ed identità.

Il mito narra che Efesto, tradito da Afrodite, tentò di violentare la dea Atena. La quale però riuscì a sottrarsi alla violenza del dio del fuoco e delle fucine, quest’ultimo tuttavia riuscì ad eiaculare sulla gamba della dea. La Pallade, schifata, si pulì facendo cadere a terra lo sperma. Il seme caduto sul suolo generò Erittonio, che divenne il figlio-non figlio di Atena, capostipite dei re di Atene (tra cui Teseo).

Atena, dea protettrice per eccellenza di Atene, diede quindi alla grande città-stato greca anche una progenie di regnanti che crearono le istituzioni della polis.

Gli ateniesi, ispirandosi al mito, si auto-concepivano come “nati dalla terra”, proprio come il loro re Erittonio. Essere autoctoni era ad Atene uno dei più alti valori civici che veniva celebrato nelle feste e cerimonie pubbliche con formule e riti sacri.

Ma l’ulivo era (è) identitario

L’autoctonia non aveva solo una valenza identitaria e culturale, ma anche precisi riflessi di carattere politico. Gli ateniesi erano figli della terra, pertanto avevano Pallade Atena come protettrice, ma non una vera e propria madre (tale era appunto solo il suolo che li aveva generati). Quindi le donne ateniesi erano escluse dalla vita politica della città così come venivano esclusi, perché non autoctoni, tutti gli stranieri anche se da tempo insediatisi nello Stato.

L’ulivo rappresentava plasticamente questo speciale legame degli ateniesi con la terra a cui si sentivano intimamente connessi ed ancorati, proprio come le spesse radici della pianta.

L’ulivo, pianta mediterranea per eccellenza, in età classica rappresentava i valori della conservazione, del radicamento al territorio e alla nazione, dell’autoctonia. Tutto l’opposto che dei valori che la coalizione di Romano Prodi ieri ed il Partito democratico oggi intendevano ed intendono rappresentare.

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