Ci siamo abituati a pensare che l’accesso agli spazi e ai servizi pubblici sia un diritto garantito a ogni cittadino, a prescindere dalle sue convinzioni personali. Eppure, una nuova e preoccupante tendenza sta prendendo piede nelle nostre amministrazioni locali, trasformando i municipi in veri e propri tribunali dell’inquisizione politica. L’ultima trincea di questa battaglia è il cosiddetto “patentino antifascista”, un documento ideologico richiesto per poter usufruire di concessioni comunali. Un cortocircuito logico che, con il pretesto di difendere la democrazia, finisce per applicare i metodi della peggiore censura.

La pretesa di un “passaporto” etico

La vicenda ha acceso gli animi soprattutto nel torinese, sollevando un polverone che va ben oltre i confini locali. L’idea che un cittadino o un’associazione debba dichiarare la propria fede politica per ottenere il patrocinio di un evento o l’uso di una sala rappresenta un precedente gravissimo.

Il caso di Rivoli e la ferma opposizione di Depetris

A Rivoli, il dibattito si è fatto rovente. Federico Depetris, consigliere di Fratelli d’Italia, ha denunciato con forza l’assurdità di questa misura. La sua posizione è chiara: imporre una professione di fede per accedere a beni che sono di tutta la comunità è un atto profondamente discriminatorio e incostituzionale. Invece di unire i cittadini sotto il tetto delle regole condivise, le amministrazioni di sinistra scelgono la via della divisione, stabilendo a tavolino chi sia degno di parlare e chi no. È il trionfo dell’ideologia sul buon senso amministrativo.

L’intervento della Lega: stop alle pratiche pericolose

A dar manforte a chi si oppone a questa deriva è arrivato anche Fabrizio Ricca, capogruppo della Lega in Regione Piemonte, che non ha usato mezzi termini per definire la situazione. Ricca ha evidenziato come l’ergersi a paladini della democrazia dispensando patenti etiche sia, di fatto, una moda pericolosa.

Le sue parole centrano il vero nodo del problema: chi ha bisogno di imporre simili balzelli per affermarsi, finisce per scimmiottare proprio quelle pratiche illiberali che a parole dice di voler combattere. Per arginare questa dinamica, la Lega ha già annunciato un emendamento regionale volto a vietare ai Comuni di inserire richieste di natura politica nelle pratiche amministrative. Un atto dovuto per tutelare lo stato di diritto.

Corsi e ricorsi storici: il paradosso del giuramento

Oggi, a quasi un secolo di distanza dal fascismo, ci troviamo di fronte a richieste che, seppur di segno diametralmente opposto, sfruttano lo stesso identico meccanismo coercitivo. Ma la differenza sostanziale è che oggi dovremmo vivere in una Democrazia, non un regime. Ma se non firmi la dichiarazione che piace a chi comanda, sei escluso dalla vita pubblica. La libertà, evidentemente, non ha ancora finito di subire attacchi da chi crede di possederne il monopolio.

Non solo Rivoli: l’ombra della censura culturale

Quello del torinese non è un caso isolato. Questa smania di controllo ideologico sta inquinando anche altri settori, in primis quello culturale. Basti pensare alle recenti, aspre polemiche che hanno travolto eventi di richiamo nazionale come la fiera “Più libri più liberi” a Roma, dove il dibattito si è spostato dai contenuti delle opere all’appartenenza politica degli editori, arrivando a vere e proprie esclusioni preventive.

Quando una fiera del libro o un’amministrazione comunale si arrogano il diritto di fare da filtro ideologico, la società nel suo complesso ne esce impoverita. La cultura e gli spazi pubblici dovrebbero essere luoghi di confronto, non recinti fortificati in cui far entrare solo chi mostra la tessera giusta.

Se per dimostrare di essere democratici si ricorre a divieti, liste di proscrizione e certificati politici obbligatori, significa che si è smarrito il significato stesso della parola democrazia. Uno Stato libero non chiede ai suoi cittadini cosa pensino prima di concedere loro i diritti fondamentali; lo fa solo chi ha paura del libero pensiero.

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