Quasi tre cittadini europei su quattro temono che servizi digitali essenziali possano essere disattivati a distanza da soggetti esterni all’Unione. Lo dice un sondaggio della Bertelsmann Foundation ripreso dal Financial Times. Quasi tutti, inoltre, ritengono importante che l’Europa controlli le tecnologie chiave. Il problema, scrive il quotidiano britannico, è che Bruxelles e le capitali nazionali stanno andando più piano di quanto vogliano gli elettori.
Da chi dipende l’Europa
La sovranità digitale europea parte da una dipendenza evidente: i software arrivano soprattutto dagli Stati Uniti, i microchip da Taiwan, buona parte dell’hardware dalla Cina.
La vicepresidente della Commissione europea con delega alla sovranità tecnologica, Henna Virkkunen, indica cinque settori in cui l’Unione deve avere una propria capacità produttiva: modelli di intelligenza artificiale, semiconduttori, tecnologie quantistiche, satelliti e cloud. L’obiettivo, precisa, non è l’autosufficienza. Si tratta di evitare dipendenze rischiose da una sola azienda o da un solo Paese terzo.
L’elenco resta ambizioso, vista la distanza accumulata dall’Europa. Il rischio è rinunciare alla tecnologia straniera più avanzata in favore di alternative interne meno valide. Virkkunen non lo considera così netto: a suo dire le soluzioni europee sono spesso più piccole e meno conosciute, ma non per questo peggiori per qualità o prezzo.
Il ruolo degli acquisti pubblici
Qui entra in gioco la pubblica amministrazione, che può far crescere i fornitori locali scegliendoli come clienti. Molte piccole aziende digitali europee, però, lamentano che gli enti pubblici continuano a rivolgersi ai grandi operatori che già conoscono. La commissaria ammette che una certa inerzia esiste. Servirebbe, dice, un po’ di creatività, per esempio favorendo consorzi di piccole imprese capaci di garantire forniture su larga scala.
Il nodo dei soldi
L’ostacolo maggiore resta il finanziamento. Secondo il Financial Times, il problema non è la mancanza di risparmio ma la scarsa capacità europea di indirizzarlo verso investimenti rischiosi. Qualcosa si muove: è operativo un nuovo fondo per la crescita delle imprese e Bruxelles vuole far entrare capitale pubblico “strategico” per attirare gli investitori privati.
Le cifre, però, sembrano molto lontane dalle centinaia di miliardi che ogni anno vanno alla tecnologia negli Stati Uniti. E nella trattativa sul prossimo bilancio pluriennale dell’Unione si starebbe tagliando ancora, anche sui fondi pensati per la politica industriale digitale.
Gli Stati frenano
Anche sul fronte delle norme i governi nazionali rallentano o ammorbidiscono. Succede con “EU Inc”, la società di diritto europeo valida in tutta l’Unione, e con le regole sulla localizzazione dei servizi digitali sensibili. Sono proposte in cui la Commissione era già stata prudente.
Virkkunen evita di criticare le capitali. Sul bilancio, però, ribadisce che gli Stati devono mantenere l’ambizione sui fondi per nuove tecnologie e difesa, anche perché le imprese europee devono poter competere a livello globale.
E i cittadini?
Per l’autore, Martin Sandbu, Bruxelles si colloca a metà strada tra ciò che chiedono gli elettori e ciò che i governi sono pronti a fare. Ne deriva che i leader più coraggiosi potrebbero raccogliere un vantaggio politico. Nel sondaggio, meno della metà degli intervistati pensa che i fornitori stranieri rispettino davvero le regole europee. Spetta ai politici, conclude il Financial Times, dimostrare il contrario.




































