(Adnkronos) – Negoziati Iran-Usa tra annunci e smentite. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha cancellato la missione in Pakistan di Steve Witkoff e Jared Kushner. Mentre in Libano è sempre più in bilico il cessate il fuoco. Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha ordinato alle Forze di difesa israeliane (Idf) di “colpire con forza gli obiettivi di Hezbollah”, ha riferito l’ufficio del premier. I media statali libanesi hanno dato notizia di una serie di nuovi attacchi israeliani in almeno quattro diverse località nel sud del Paese, dopo l’ordine di Netanyahu.
“Ho appena annullato il viaggio dei miei rappresentanti a Islamabad, in Pakistan, per incontrare gli iraniani. Troppo tempo sprecato in viaggi, troppo lavoro! Inoltre, all’interno della loro ‘leadership’ regnano enormi lotte intestine e grande confusione. Nessuno sa chi comanda, nemmeno loro”, ha scritto Trump in un post su Truth. “Abbiamo tutte le carte in mano, loro nessuna. Se vogliono parlare, non devono far altro che chiamare”, ha aggiunto.
Alla domanda del giornalista di Axios, Barak Ravid, che gli chiedeva se l’annullamento della missione di Witkoff e Kushner in Pakistan significhi la ripresa della guerra, il presidente ha risposto: “No. Non significa questo. Non ci abbiamo ancora pensato”. “Non vedo alcun motivo per fargli fare un volo di 18 ore nella situazione attuale (dei negoziati, ndr). È troppo lungo. Possiamo farlo altrettanto bene per telefono. Gli iraniani possono chiamarci se vogliono. Non andremo lì solo per stare seduti a non fare nulla”, ha detto Trump.
Il presidente ha poi spiegato ai giornalisti in Florida, prima di rientrare alla Casa Bianca, i motivi che lo hanno spinto a cancellare la missione dei negoziatori. “Gli iraniani ci hanno presentato un documento che avrebbe potuto essere migliore e, curiosamente, non appena ho annullato (la missione, ndr), nel giro di 10 minuti ne abbiamo ricevuto uno nuovo che era decisamente migliore… Ci hanno offerto molto, ma non abbastanza”. “Non viaggeremo per 15-16 ore per avere un incontro con persone di cui nessuno ha mai sentito parlare”, ha poi messo in chiaro. In Iran “penso che stiano lottando per non essere il leader perché abbiamo eliminato due livelli di leadership – ha proseguito – Tratterò con chiunque dovremo trattare, ma non c’è motivo di aspettare due giorni… lo faremo quando vorranno, possono chiamarmi, abbiamo tutte le carte”.
E’ intanto rientrata a Teheran per consultazioni parte della delegazione iraniana al seguito della missione del ministro degli Esteri, Abbas Araghchi. Lo ha riferito l’agenzia di stampa ufficiale Irna, precisando che la delegazione rientrata in Iran si riunirà di nuovo ad Araghchi oggi in Pakistan. Il capo della diplomazia di Teheran si trova attualmente in Oman, seconda tappa di un tour diplomatico che l’ha visto già in missione a Islamabad e che si dovrebbe concludere, dopo una nuova visita oggi in Pakistan, con una tappa a Mosca.
Una legge approvata dopo la guerra del Vietnam impone un limite preciso all’uso della forza militare da parte del presidente degli Stati Uniti senza l’autorizzazione del Congresso. E’ la War Powers Resolution, che fissa un limite di 60 giorni per le operazioni militari avviate senza un esplicito via libera parlamentare. Nel caso del conflitto con l’Iran – avviato dall’Amministrazione Trump senza un’approvazione del Congresso – questa scadenza cade tra fine aprile e il primo maggio, a seconda delle interpretazioni. Ma resta incerto cosa accadrà una volta raggiunto questo limite.
La legge, come evidenzia la Cnn, prevede tre passaggi chiave. Il primo scatta entro 48 ore: il presidente deve notificare al Congresso l’ingresso delle forze armate in stato di “ostilità”, spiegandone obiettivi, motivazioni e durata prevista. Nella comunicazione inviata per l’Iran, Trump – come altri presidenti prima di lui – ha rivendicato il proprio potere costituzionale di gestire la politica estera.
Il secondo passaggio è il cuore della norma: entro 60 giorni dalla notifica, il Congresso deve autorizzare l’uso della forza. In caso contrario, il presidente è tenuto a interrompere le operazioni militari. Esiste poi una possibile estensione di 30 giorni, che il presidente può invocare per garantire la sicurezza delle truppe durante un eventuale ritiro. Trump, però, ha già fatto sapere di non voler chiudere il conflitto in fretta con un accordo svantaggioso.
Proprio sulla scadenza dei 60 giorni si registra confusione a Washington. Alcuni ritengono che il conteggio parta dall’inizio delle ostilità – e quindi il termine cadrebbe il 29 aprile – mentre altri fanno riferimento alla data della notifica ufficiale al Congresso, spostando la deadline al primo maggio. A complicare ulteriormente il quadro c’è il cessate il fuoco: per molti repubblicani, e alcuni democratici, dovrebbe essere escluso dal calcolo.
La War Powers Resolution, in ogni caso, non è mai stata utilizzata con successo per fermare un’azione militare. Nel tempo, diversi presidenti – incluso Trump – ne hanno contestato la costituzionalità, sostenendo che limiti eccessivamente i poteri dell’esecutivo. Il vice presidente Jd Vance ha definito la norma “una legge fittizia e incostituzionale”, sostenendo che non influenzerà le scelte della Casa Bianca.
La storia mostra come le Amministrazioni abbiano spesso aggirato il limite dei 60 giorni con interpretazioni flessibili. Ronald Reagan, nel 1983, evitò uno scontro frontale raggiungendo un accordo con il Congresso per prolungare la missione dei Marines in Libano. Barack Obama, nel 2011, sostenne che la campagna in Libia non rientrasse nella definizione di “ostilità” prevista dalla legge, mentre Bill Clinton giustificò il prolungamento della missione in Kosovo con i fondi già approvati dal Congresso. Anche Trump potrebbe seguire strade simili: sostenere che il cessate il fuoco abbia interrotto le ostilità, facendo ripartire il conteggio, oppure affermare che la legge non si applichi al caso in questione.
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